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LA VIA DEL MARE

 

Secondo un vecchio slogan, riportato da Tacito, gli antichi romani credevano di saper fare tutto e meglio degli altri. Anche il relax. Sicché, attratti dall’incanto dei luoghi, poeti, ricchi e imperatori dell’epoca elessero il golfo di Napoli come luogo di ispirazione e soggiorno e qui edificarono le loro sfarzose ville.

Clima temperato, unicità del paesaggio, fertilità della terra, mare pescoso (e straordinaria via di collegamento) favorirono l’addensarsi di costruzioni soprattutto nei tempi dell’Impero lungo tutta la costa. Anche in Penisola Sorrentina, da Vico Equense a Punta della Campanella e a Crapolla, i numerosi ruderi che s’intravedono sul costone roccioso e sulla spiaggia attestano la presenza di prestigiosi edifici e la preferenza accordata alla costiera da chi deteneva le leve del potere tra i dominatori del mondo.

Le ville marittime più famose dell’aristocrazia capitolina, come quella di Agrippa Postumo a Sorrento, oltre alla domus vera e propria, disponevano di grandiosi ninfei sulla spiaggia, con le pareti decorate di vetrosa lava, attorno a complicati giochi d’acqua per la gioia degli occhi, delle orecchie e dei corpi. E agli occhi di noi posteri l’incanto dell’architettura romana, lungo la costa, resta ancora intatto scrutando quei nobili resti affacciati sul golfo.

 

Ma soprattutto il mare è sempre stato, sin dall’antichità, una via irrinunciabile di comunicazione e scambio tra i popoli, oltre che fattore economico e di sviluppo. Nella tradizione nautica campana gli scafi tipici vanno dal peschereccio al

gozzo, ‘o vuzzo, piccola imbarcazione a remi a volte munita di vela, adoperata prevalentemente per la piccola pesca sin da metà ‘600. Il mare delle due costiere che alterna fiordi (celebre quello di Furore) a spiaggette e insenature, piccoli golfi e archi naturali, scogli caratteristici dai nomi parlanti (la vecchia, la Madonnina, i due fratelli…), anfratti misteriosi dalle mille sfumature che ululano suonate dalla risacca (la grotta delle fate, quella delle streghe, quella dello smeraldo…). Sarà fascinoso ed emozionante ammirare questa terra dal mare, a bordo di una delle mille imbarcazioni che solcano queste acque cristalline; specie di notte, quando la costiera è un piccolo incanto di luci e suoni, sotto un cielo stellato che invita all’amore e alla dolcezza...

 

A poco meno di un chilometro dal porticciolo di Marina della Lobra, c’è uno scoglio che rappresenta un consueto appuntamento per tutti i sub. È il Vervece (dal latino vervex, caprone) caratteristico scoglio di Massa, localmente chiamato ‘o Revece. Le sue pareti a picco scendono ben oltre i 50 metri e riservano un colpo d’occhio straordinario, dovuto alla fauna e flora marina che, in un’esplosione di vitalità, nel gioco delle correnti e della luce che filtra magicamente fin quaggiù, lo cingono dell’abbraccio emozionante di madre natura.

Ancora in profondità (ma a un livello di poco superiore ai 12 m), su un piano roccioso rivolto a levante, giace la Madonnina del Vervece, una bella statua di bronzo che fu devotamente deposta qui alcuni anni fa. Annualmente, nel mese di settembre, l’immagine sacra è meta di un commovente pellegrinaggio subacqueo, una festa di tutte le genti del mare, in ricordo di chi in mare perse la vita. Ricorrenza sentita e partecipata, che vede riuniti molti subacquei (tra i quali l’indimenticato Enzo Maiorca, che nel 1974 conquistò proprio in queste acque il record mondiale di profondità in apnea).

Proseguendo verso sud, appena prima di Punta della Campanella, ecco aprirsi agli occhi del turista una splendida baia dalle acque verdi (l’accesso è consentito anche alle imbarcazioni a motore). Sul lato sinistro è la “Grotta della corvina”

(detta così dal tipo di pesci che qui vivono); la grotta di Mitigliano è una immersione da affrontare con prudenza, ma che regala ai più esperti emozioni indimenticabili.

 

Segue poi la punta che dal lato meridionale chiude il golfo di Napoli, per dare il via al golfo di Salerno: il Promontorium Minervae degli antichi, ovverosia Punta della Campanella.

Qui, prima di doppiarlo, le antiche flotte greche e romane sostavano in attesa di più propizie condizioni atmosferiche. Qui, durante la sosta, gli equipaggi di quelle navi recavano doni propiziatori per il viaggio alla più amata e venerata dea femminile di tutta la Magna Grecia; raggiungevano il tempio che gli indigeni le avevano costruito sull’estremità della costa, sui cui resti oggi sorge, in prossimità del faro, l’attuale Torre Mozza.

 

Che cosa sarebbe Capri senza i suoi caratteristici Faraglioni? Giganti marini silenziosi, essi occhieggiano al largo. Sono tre picchi scampati al franamento della costa, all’erosione del mare e degli agenti atmosferici. Hanno nomi diversi che li caratterizzano: il primo, unito alla terraferma, si chiama Stella; il secondo, separato dal primo da un breve tratto di mare, Faraglione di Mezzo; e il terzo, Faraglione di Fuori o Scopolo, ossia capo o promontorio sul mare.

Su quest’ultimo, più distanziato dalla costa, vive la famosa Lucertola Azzurra dei Faraglioni, la podarcis sicula coerulea, e questo è l’unico luogo dove è possibile trovarla. Gli esperti ritengono che, successivamente al distacco dalla costa, una sorta di mimetismo protettivo abbia fatto acquistare alle sue squame i colori azzurri del mare e del cielo.

 

I Faraglioni hanno un’altezza media di 100 metri. In quello di mezzo si apre una cavità, un sottopassaggio noto a tutti gli estimatori dell’isola nel mondo, che sono tanti da sempre. Già gli antichi romani, infatti, prediligevano questa zona dell’isola. Gli imperatori la disseminarono di splendide ville e ombrosi ninfei; poi divenne raffinato rifugio di artisti e intellettuali nel secolo scorso; oggi ospita ville e alberghi esclusivi, mito e meta del turismo internazionale.

Ritornando al lato opposto di Punta Campanella, lo Scoglio Penna chiude la Baia di Ieranto. Deve il suo nome proprio alla forma rocciosa  che ricorda bene quella di una penna appuntita. Siamo dinanzi a una delle zone più incantevoli della nostra costa, famosa anche per la ricchezza del pesce di passo (tonnetti, palamiti, branchi di ricciole…), dovuta alle correnti ricche di nutrienti provenienti dall’attiguo golfo di Salerno. Il lato dell’isolotto rivolto verso terra degrada dolcemente fino a una quarantina di metri dove potrebbe essere ancora possibile il ritrovamento di cocci appartenenti a un antico relitto imperiale.

 

Ma la parte più affascinante è quella che punta verso Capri. Seguendo quella che è chiamata la “scarpa di Vetara”, che termina con una piccola secca a soli 6 m di profondità, ma visibile anche dalla superficie, data la limpidezza delle acque.

Per singolare circostanza, due dei cinque scogli delle Sirene portano i nomi di Isca e Vetara: il primo è anche l’antica denominazione di Ischia; l’altro, di Vivara, piccola isola dal lato opposto del golfo di Napoli. L’origine del nome di Isca non è chiara. Vivara, invece, sta per vivaio (di conigli); tuttavia l’isoletta omonima, benché così denominata sulle carte, viene chiamata Vetara.

 

A Vetara ci sono quaglie e pascoli. Le poche costruzioni, tra cui una cisterna spaccata, mostrano mattoni antichi, importati probabilmente in epoca post-romana. Sovrana incontrastata è una specie di lucertola, più scura di quelle che vivono sulle altre isolette, che per colore si avvicina alla già citata “collega” vivente sui Faraglioni capresi.

Isca la si riconosce per il profilo tondeggiante, a meno di un centinaio di metri dalla costa, tra Crapolla e Recomone. È luogo di notevole interesse perché alle due estremità dell’isola ospita resti di costruzioni romane e mostra antiche scale, tagliate nella roccia, che si arrampicano suggestivamente dal mare.

 

La scalinata di ponente passa dietro una stanza romana senza tetto, aggrappata alla parete, che la fantasia e venerazione dei pescatori appellò “cappella di Sant’Antonio“,  anche se è evidente che non ebbe mai funzione sacrale.

Le isolette del Gallo Lungo, Castelluccio e la Rotonda conservano ancora oggi il nome di “Li Galli”, evidente richiamo all’aspetto immaginifico delle Sirene nell’arte greca. Contrariamente a ciò che si pensa oggi, infatti, scultori, pittori e letterati le rappresentavano come indisponenti pennuti dal volto umano, e non come avvenenti donne con la coda di pesce (un’interpretazione tardomedievale).

 

Delle cinque rocce delle Sirene, tre sono vicine tra loro e sono dette “Li Galli”. Il loro antico nome, Sirenusae, andò scomparendo nel tempo e già nel 1131 erano chiamati “Guallo”.

Un’emozione mozzafiato accoglie il turista che affronta la Costiera Amalfitana, nei pressi di Paiano. Emozione causata dalla forza scontrosa d’una natura selvaggia e potente, che progettò un orrido degno di tal nome e s’inventò il fiordo di

Furore. Divorato dall’azione delle acque del torrente Schiato, che precipita dall’altopiano ove sorge Agevola, questa roccia di natura calcarea ha un’altezza massima di circa 300 metri. Nelle sue acque splendide e fredde, a causa del bizzarro giro di correnti, è tonificante tuffarsi per un bagno che non ha paragoni.

 

I monti Lattari costituiscono l’ossatura di questa costiera, le cui rocce sottoposte all’azione erosiva lenta e sicura dell’acqua hanno dato origine a diverse grotte. Tra queste, quella dello Smeraldo (a Conca dei Marini) fonde elementi  tipici del carsismo con quelli più propriamente marini. Inizialmente la grotta era al di sopra del livello del mare e mostra ancora tutto un gioco di stalattiti e stalagmiti di varie dimensioni. Poi, sia fenomeni di bradisismo sia l’innalzamento del  livello del mare spinsero il Tirreno a invadere parzialmente  la grotta, donandole le attuali caratteristiche, tra cui spicca la luminescenza dell’acqua color smeraldo. Una virtù che le deriva da un’apertura situata sotto l’attuale livello dell’acqua, collegata mediante un canale di circa 12 m col mare aperto.